Il pensiero può aiutarci a risolvere i problemi. Ma quando diventa un tentativo di controllare le emozioni, rischia di trasformarsi in una prigione.
Ci sono persone che pensano continuamente. Analizzano ogni situazione, ripercorrono conversazioni, immaginano scenari, cercano spiegazioni, anticipano conseguenze. Sembrano incapaci di spegnere la mente, persino quando vorrebbero semplicemente riposare.
Spesso vengono definite overthinker, persone che pensano troppo.
Ma siamo sicuri che il problema sia davvero il pensiero?
A volte non pensiamo troppo perché abbiamo qualcosa da risolvere. Pensiamo troppo perché c'è qualcosa che non vogliamo sentire.
Quando il pensiero smette di essere una risorsa
Pensare è una delle nostre capacità più preziose. Ci permette di comprendere la realtà, affrontare difficoltà, prendere decisioni e trovare soluzioni.
Se abbiamo un problema concreto, riflettere sulle possibili alternative è utile. Possiamo valutare, scegliere e agire.
Ma non tutte le esperienze umane possono essere risolte attraverso il ragionamento.
Pensiamo a una relazione finita, a un rifiuto, a una delusione, a un'incertezza sul futuro. Oppure alla paura di perdere qualcuno, al timore di non essere abbastanza, al bisogno di ricevere rassicurazioni.
In queste situazioni la mente può cominciare a lavorare incessantemente.
Perché è successo? Cosa avrei potuto fare diversamente? E se accadesse di nuovo? Come posso essere certo che non succederà?
Le domande si moltiplicano, ma le risposte non sembrano mai sufficienti.
Non perché manchi necessariamente una spiegazione, ma perché ciò che stiamo cercando potrebbe non essere una risposta.
Potremmo cercare, attraverso il pensiero, di liberarci da un'emozione che non riusciamo a tollerare.
Il pensiero come forma di evitamento emotivo
In psicologia esiste un concetto particolarmente interessante: l'evitamento esperienziale.
Indica il tentativo di sottrarsi a esperienze interiori percepite come spiacevoli, come emozioni, sensazioni corporee, ricordi o pensieri.
Non sempre evitiamo ciò che ci spaventa fuggendo fisicamente da una situazione.
A volte lo evitiamo pensando.
Razionalizziamo, analizziamo, cerchiamo spiegazioni, immaginiamo ogni possibile soluzione. E mentre siamo impegnati in questa attività mentale, possiamo avere l'impressione di stare affrontando il problema.
In realtà, qualche volta, stiamo semplicemente prendendo le distanze da ciò che proviamo.
È importante precisare che non ogni forma di pensiero ripetitivo nasce dall'evitamento emotivo. Possono intervenire anche il bisogno di certezza, la paura di sbagliare, convinzioni sul valore del preoccuparsi e altri processi psicologici.
Ma in molti casi il pensiero diventa una sofisticata strategia di controllo.
Una strategia che offre un sollievo temporaneo, senza modificare davvero il nostro rapporto con ciò che ci fa soffrire.
La trappola del controllo
Immaginiamo una persona che teme di essere abbandonata.
Ogni piccolo cambiamento nel comportamento del partner diventa oggetto di analisi. Un messaggio ricevuto in ritardo, un tono di voce diverso, una risposta meno affettuosa.
La mente comincia a costruire ipotesi.
La persona cerca conferme, ripensa alle conversazioni, interpreta dettagli, prova a prevedere cosa accadrà.
Talvolta ottiene una rassicurazione e si tranquillizza.
Ma quanto dura quella tranquillità?
Se il problema di fondo è l'incapacità di tollerare l'incertezza, presto potrebbe comparire un nuovo dubbio.
E il ciclo ricomincia.
Non è il pensiero, di per sé, a essere patologico. È la rigidità del processo, la difficoltà a interromperlo e il prezzo che la persona paga in termini di sofferenza, libertà e qualità della vita.
Il paradosso è che più cerchiamo una certezza assoluta, più rischiamo di diventare dipendenti dalla necessità di cercarla.
Accettare non significa arrendersi
Quando parlo di accettazione nel lavoro clinico, incontro talvolta una certa resistenza.
Accettare viene confuso con il rassegnarsi, il subire o il rinunciare a cambiare.
Ma non è questo il significato psicologico dell'accettazione.
Accettare significa riconoscere ciò che stiamo vivendo, senza impegnare tutte le nostre energie nel tentativo di cancellarlo.
Posso provare paura senza dover necessariamente eliminare la paura.
Posso sentirmi triste senza considerare la tristezza un problema da risolvere immediatamente.
Posso convivere con una quota di incertezza senza pretendere di conoscere in anticipo ogni possibile conseguenza.
Questo non significa rinunciare ad agire.
Significa, al contrario, recuperare la possibilità di scegliere come agire, anche in presenza di emozioni spiacevoli.
L'accettazione non è passività. È disponibilità a entrare in contatto con la propria esperienza, senza esserne continuamente governati.
Non basta capire. Bisogna fare esperienza.
Qui arriviamo a un punto che considero centrale nel lavoro psicologico.
Una persona può comprendere perfettamente, sul piano razionale, che i suoi pensieri sono eccessivi. Può riconoscere che continua a cercare rassicurazioni, che analizza troppo, che pretende certezze impossibili.
Eppure continuare a farlo.
Perché?
Perché comprendere un meccanismo non equivale necessariamente a modificarlo.
Il cambiamento richiede spesso un'esperienza diversa.
È qui che, quando clinicamente indicata, l'esposizione assume un ruolo fondamentale.
Esporsi significa imparare progressivamente a entrare in contatto con situazioni, sensazioni o emozioni temute, riducendo quelle strategie di evitamento e di controllo che mantengono il problema.
Non significa cercare la sofferenza, né affrontare indiscriminatamente qualsiasi situazione.
Significa scoprire, attraverso un'esperienza concreta e graduale, che possiamo tollerare ciò che temiamo senza dover necessariamente neutralizzarlo.
Chi teme l'incertezza può imparare a prendere una decisione senza controllare infinite volte.
Chi teme il giudizio può imparare a esporsi allo sguardo degli altri senza cercare continuamente approvazione.
Chi teme determinate emozioni può imparare a riconoscerle e attraversarle, senza rifugiarsi automaticamente nel pensiero.
E soprattutto può scoprire qualcosa di importante: non è necessario sentirsi completamente al sicuro per cominciare a vivere.
Le emozioni non sono nemici da sconfiggere
Le emozioni sono esperienze dinamiche. Possono aumentare, diminuire, modificarsi e ripresentarsi.
Non sempre scompaiono rapidamente e non sempre seguono un andamento prevedibile.
Ma il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di controllarne ogni oscillazione.
Se impariamo ad accettare un'emozione soltanto nella speranza che se ne vada, rischiamo di trasformare anche l'accettazione in un'altra forma di controllo.
Il punto non è far sparire ciò che sentiamo.
Il punto è smettere di organizzare tutta la nostra vita intorno alla necessità di non sentirlo.
La paura può essere presente mentre facciamo qualcosa di importante. La tristezza può accompagnarci senza impedirci di amare. L'incertezza può esistere senza paralizzare ogni decisione.
Non dobbiamo necessariamente liberarci di un'emozione per recuperare la nostra libertà.
E se il problema non fosse pensare troppo?
Forse, allora, la domanda più utile non è: Come faccio a smettere di pensare?
Potremmo chiederci qualcosa di diverso.
Che cosa sto cercando di evitare attraverso tutti questi pensieri?
Quale emozione temo di incontrare se smetto di analizzare tutto?
Che cosa potrei fare, oggi, se non aspettassi di sentirmi completamente tranquillo?
Non sempre le risposte arrivano immediatamente. E non sempre è facile affrontare da soli questi meccanismi, soprattutto quando il pensiero ripetitivo è persistente e compromette il benessere quotidiano.
Un percorso psicologico può aiutare a comprenderne la funzione e a costruire modalità più flessibili di rapportarsi ai propri pensieri e alle proprie emozioni.
Perché il cambiamento non consiste necessariamente nell'avere meno pensieri, ma nel non dover più obbedire a ciascuno di essi.
A volte la libertà comincia proprio quando smettiamo di cercare una soluzione a ogni emozione e impariamo a vivere anche in sua presenza.
Dott. Giuseppe Mirabella
Psicologo clinico e giuridico – Educatore sessuale
Ti riconosci in questo continuo bisogno di analizzare, prevedere o controllare?
Se il pensiero eccessivo interferisce con la tua serenità, le tue relazioni o le tue decisioni, un percorso psicologico può aiutarti a comprenderne i meccanismi e a modificarli.
Ricevo a Modica e online. Puoi prenotare un primo colloquio attraverso il mio profilo professionale su MioDottore.it.
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