Nel lavoro clinico con i genitori emerge con frequenza una forma di preoccupazione che va oltre la fisiologica funzione di accudimento. Non si tratta di semplice attenzione o di prudenza, ma di uno stato di allerta emotiva costante, pervasivo, che riguarda la sopravvivenza, l’integrità e il destino stesso del figlio. Questa tensione, spesso cronicizzata, tende a essere vissuta come naturale e quindi raramente interrogata.
Da un punto di vista psicodinamico, tale preoccupazione può essere letta come una manifestazione dell’angoscia di perdita: un’angoscia primaria che, anziché essere riconosciuta come interna al soggetto, viene proiettata sull’oggetto d’amore più investito, il figlio. In questo modo la paura assume una forma apparentemente altruistica, mascherandosi da premura.
Le comunicazioni quotidiane ne sono il veicolo privilegiato. Richieste di conferma, controlli ripetuti, sollecitazioni a rassicurare («scrivimi appena sei al sicuro», «dimmi che non è successo nulla», «mandami un messaggio così mi tranquillizzo») diventano rituali relazionali. Non sono problematici in sé, ma lo diventano quando rispondono al bisogno del genitore di contenere la propria angoscia più che a una reale necessità del figlio.
L’angoscia che viene dal passato
Clinicamente, queste forme di paura presentano spesso una scarsa connessione con il presente. Non sono proporzionate al livello di rischio reale e non si attenuano con l’esperienza correttiva. Questo indica che la loro origine non è situazionale, ma storica.
Sul piano intrapsichico, possono derivare da perdite precoci, traumi non mentalizzati, separazioni dolorose o vissuti di abbandono che non hanno trovato una simbolizzazione sufficiente. Sul piano sistemico, tali contenuti si intrecciano con memorie transgenerazionali: lutti irrisolti, aborti, morti improvvise, eventi traumatici che non hanno avuto parola né riconoscimento.
In assenza di un’elaborazione, l’angoscia resta attiva e cerca un oggetto su cui depositarsi. Il figlio, in quanto portatore di investimento libidico e narcisistico, diventa il luogo privilegiato di questa proiezione. Il rischio non è più qualcosa che appartiene alla storia passata, ma viene continuamente anticipato nel futuro.
Il figlio come contenitore dell’angoscia genitoriale
Quando la paura non viene riconosciuta come propria, tende a essere agita nella relazione. Dal punto di vista psicodinamico, il figlio può assumere la funzione di contenitore dell’angoscia genitoriale. Attraverso il controllo e la richiesta di rassicurazione, il genitore tenta inconsapevolmente di regolare il proprio mondo interno.
Questo meccanismo comporta una precoce responsabilizzazione emotiva del figlio. Il bambino impara che il suo stare bene non è sufficiente: deve dimostrarlo, comunicarlo, garantirlo. Deve evitare il rischio non tanto per sé, quanto per proteggere l’equilibrio psichico del genitore.
Nel tempo, questa dinamica può favorire lo sviluppo di strutture ansiose, iperadattamento, difficoltà di separazione, senso di colpa legato all’autonomia. La vita viene interiorizzata come potenzialmente pericolosa e la sicurezza come qualcosa di sempre precario.
Il ruolo amplificante dei media e dei social
A questa dinamica intrapsichica e relazionale si aggiunge oggi un potente fattore esterno: l’esposizione continua a notizie di cronaca riportate in modo emotivamente sensazionalistico dai mass media e, in misura ancora maggiore, dai social network.
Eventi rari, tragici o violenti vengono presentati come frequenti e imminenti, senza un adeguato contesto statistico o simbolico. L’angoscia individuale trova così una conferma costante dall’esterno. Ciò che era una paura interna viene rinforzato da immagini, racconti e narrazioni che alimentano la fantasia catastrofica.
Dal punto di vista psichico, questo bombardamento informativo riduce la capacità di simbolizzazione e favorisce processi di identificazione proiettiva: il genitore si identifica con la vittima, il figlio con il possibile oggetto del danno. La distinzione tra realtà, possibilità e immaginazione si assottiglia.
In soggetti già predisposti, tale esposizione può funzionare come un vero e proprio fattore di mantenimento dell’ansia, rendendo cronica l’aspettativa del peggio e ostacolando qualsiasi processo di affidamento.
Lavorare sull’origine dell’angoscia
Un intervento efficace non può limitarsi alla modifica del comportamento manifesto. Ridurre i controlli o imporsi di “stare tranquilli” non incide sull’assetto psichico sottostante. È necessario un lavoro di riconoscimento dell’angoscia, della sua storia e della sua funzione.
In un’ottica psicodinamica e sistemica, ciò significa restituire l’angoscia al soggetto e alla sua genealogia, sottraendo il figlio al ruolo di contenitore. Dare parola a ciò che è rimasto muto permette alla paura di trasformarsi, di perdere il suo carattere persecutorio.
Nel lavoro di Biocostellazione, questo processo avviene attraverso la rappresentazione simbolica delle dinamiche familiari e dei legami interrotti. Ciò che viene riconosciuto può finalmente essere mentalizzato e integrato.
Dalla protezione difensiva alla fiducia
Affidare un figlio alla vita, in termini clinici, significa tollerare l’incertezza senza trasformarla in controllo. Significa accettare il limite della propria onnipotenza genitoriale e distinguere l’amore dalla paura.
Quando questa distinzione diventa possibile, lo sguardo sul figlio si libera dalla funzione difensiva. Il legame non si fonda più sull’anticipazione della perdita, ma sulla presenza. Il genitore non protegge più dal passato, ma accompagna nel presente.
È in questo spazio che il figlio può crescere senza doversi fare carico dell’angoscia altrui e iniziare a fare esperienza della vita come di qualcosa che, pur comportando rischi, merita fiducia.
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