venerdì 26 dicembre 2025

Il valore clinico del primo incontro

 


Paziente:
Ho visto che molti terapeuti propongono il primo incontro gratuito. Dicono che serve per capire se il terapeuta piace, se ci si trova bene.                                                                                                  

Terapeuta:                                                                            Capisco perché questa formula sia diventata così diffusa. È rassicurante, sembra rispettosa, sembra togliere pressione. Ma dal punto di vista clinico introduce un equivoco importante: la prima seduta non è il momento in cui si decide se il terapeuta “piace”.                                                                                    

Paziente:E allora che cos’è?

Terapeuta:
È il momento in cui si decide se si è disposti a entrare nel lavoro terapeutico.
Non se l’altro è simpatico, accogliente o “mi fa stare bene”, ma se c’è la disponibilità ad abitare uno spazio che, per definizione, mette in movimento.

Paziente:
Però è normale voler capire se c’è feeling.

Terapeuta:
È umano, certo. Ma il lavoro clinico non si fonda sul feeling.
Si fonda su un’alleanza, che non nasce dall’immediata piacevolezza, ma dalla possibilità di stare insieme anche dentro il disagio, la confusione, la fatica. La prima seduta serve proprio a questo: a vedere se possiamo stare in quello spazio, non se ci sentiamo subito a nostro agio.

Paziente:
Quindi non è solo un incontro conoscitivo.

Terapeuta:
No. La prima seduta è già terapia. È un tempo in cui qualcosa comincia a organizzarsi: il modo in cui racconti, ciò che scegli di dire, ciò che eviti, il ritmo, le pause, le aspettative che porti, le difese che emergono.
Io ascolto tutto questo, lo tengo, lo collego, e inizio a orientare il lavoro. Anche quando sembra che “si stia solo parlando”, clinicamente sta già accadendo molto.

Paziente:
E la gratuità cosa cambia?

Terapeuta:
Cambia la posizione interna con cui si entra.
Quando il primo incontro è gratuito “per vedere se funziona”, si crea implicitamente una cornice di prova. Il paziente resta in una posizione osservativa, valutativa. Guarda il terapeuta, misura le risposte, controlla come si sente. È una posizione comprensibile, ma è diversa da quella necessaria per iniziare una cura.

Paziente:
In che senso?

Terapeuta:
La terapia richiede un investimento reale.
Gli inizi veri costano. Sempre. Costano in denaro, sì, ma soprattutto in fiducia, esposizione, presenza.
Costano la scelta di entrare in qualcosa senza garanzie immediate, accettando che il beneficio non sia istantaneo né sempre piacevole. Questo costo non è un ostacolo: è parte del processo.

Paziente:
Quindi il pagamento ha anche un valore simbolico?

Terapeuta:
Esattamente. Il costo economico rappresenta, sul piano simbolico, l’assunzione di responsabilità verso il proprio percorso. Segna il passaggio da “vedo se mi piace” a “mi impegno in un lavoro”. Quando questo costo viene azzerato, non si rende la terapia più accessibile dal punto di vista clinico.
Si rende l’inizio più leggero di quanto possa sostenere.

Paziente:
E cosa succede a un inizio troppo leggero?

Terapeuta:
Succede che il legame terapeutico fatica a strutturarsi. L’alleanza resta fragile, reversibile, sempre pronta a essere sciolta al primo attrito. Ma la cura ha bisogno anche di attrito.
Ha bisogno di continuità, di tenuta, di un patto (spesso implicito), che dica: “resto, anche quando è scomodo”.

Paziente:
Quindi la vera apertura non è nel primo incontro gratuito.

Terapeuta:
No. La vera apertura è nel dare all’inizio il peso che merita. Nel riconoscere che la prima seduta non è un assaggio, ma un passaggio. E che un inizio leggero, nella cura, raramente porta lontano.

La terapia non funziona per gradimento.
Funziona quando c’è un impegno reale.


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