venerdì 17 luglio 2026

Mio figlio fa uso di droga. Come posso convincerlo a farsi aiutare?

"Dottore, mio figlio ha trent'anni. Fa uso di cocaina. Vive ancora con noi... ma non vuole sentire parlare di sostegno psicologico."

È una telefonata che, negli anni, ho ricevuto molte volte.

Dall'altra parte c'è quasi sempre una madre stanca, preoccupata, che da mesi vive con l'ansia addosso.

Mi racconta che suo figlio ha perso diversi lavori, che esce senza dire dove va e che ogni volta aspetta il rumore della porta con la speranza che rientri lucido.

Poi mi descrive tutto quello che ha provato a fare.

Ha parlato con lui.

Ha pianto.

Si è arrabbiata.

Lo ha pregato.

Lo ha minacciato.

Ha promesso aiuto.

Ha provato a controllarlo.

E ogni volta è rimasta con la sensazione di aver sbagliato qualcosa.

Alla fine arriva sempre la stessa domanda.

"Come faccio a convincerlo a venire da lei?"

La mia risposta, spesso, la spiazza.

Forse la prima persona che ha bisogno di aiuto è proprio lei.



Quando una dipendenza entra in una famiglia

La dipendenza non coinvolge soltanto chi fa uso di una sostanza.

Coinvolge tutta la famiglia.

Piano piano la vita inizia a ruotare attorno al problema.

Si cambiano abitudini.

Si rinuncia a momenti di serenità.

Ogni giornata è scandita dall'attesa della prossima crisi, della prossima telefonata, dell'ennesima promessa che forse, questa volta, verrà mantenuta.

Nel frattempo, chi vive accanto alla persona dipendente si consuma lentamente.

Dorme poco.

Vive in allerta.

Si sente in colpa.

Si domanda continuamente se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso.



Eppure nessuno si occupa di loro

Molti familiari arrivano da me pensando di chiedere aiuto per il figlio.

Dopo pochi minuti mi accorgo che sono loro a essere esausti.

Hanno passato anni cercando di salvare qualcuno.

E, nel farlo, hanno smesso di prendersi cura di sé.


Nessuno può cambiare al posto di un altroCapisco il desiderio di convincere una persona a iniziare una terapia.

Ma la verità è che un percorso psicologico può funzionare solo quando nasce da una scelta personale.

Possiamo proporlo.

Possiamo incoraggiarlo.

Possiamo esserci.

Ma non possiamo decidere al posto dell'altro.

Ed è proprio questa impotenza che fa soffrire molte famiglie.


C'è però qualcosa che si può fare

Quando chi ha una dipendenza rifiuta qualsiasi aiuto, il lavoro psicologico non deve necessariamente fermarsi.

Può iniziare con chi gli vive accanto.

Non per imparare a convincerlo.

Non per trovare la strategia giusta per farlo cambiare.

Ma per aiutare chi soffre a ritrovare equilibrio.

A comprendere meglio cosa sta succedendo.

A distinguere l'aiuto dal controllo.

L'amore dal sacrificio continuo di sé.


Il cambiamento parte da chi è disposto a mettersi in gioco

Non posso promettere che un figlio inizierà una terapia perché la madre ha iniziato un percorso.

Sarebbe una promessa che nessuno psicologo serio dovrebbe fare.

Posso però dire una cosa.

Quando cambia il modo in cui una persona vive una relazione, cambia inevitabilmente anche la relazione stessa.

Non sappiamo se questo porterà l'altro a chiedere aiuto.

Ma sappiamo che chi ha iniziato il percorso smetterà di vivere soltanto attraverso il problema del proprio familiare.

E ricomincerà a vivere anche la propria vita.

Questo non significa abbandonare chi soffre.

Significa non lasciare che la sua sofferenza diventi anche la tua.

Perché, a volte, il primo cambiamento non avviene nella persona che rifiuta la terapia.

Avviene in chi, finalmente, decide di chiedere aiuto per sé.

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